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Amici Miei

il romanzo tratto dal film amici miei

Leo Benvenuti – Piero De Bernardi – Tullio Pinelli

Amici miei

Edizione: Rizzoli – 1976

Collana: BUR

Prima Edizione: Rizzoli – 1976
Pagine: 144

Negli anni settanta, per la città di Firenze, cinque amici d’infanzia ultra cinquant’enni, scorrazzano in giro, sempre uniti e intenti a fare battute sulla gente per ammazzare il tempo. Sono Mascetti, Perozzi, Melandri, Sassaroli e Necchi. Il primo è un conte decaduto la cui capacità è quella di eludere gli sfortunati con frasi sconnesse e prive di significato, definite da lui come “supercazzore”; il secondo è un marito impiegato nell’editoria, sempre in conflitto con la moglie e il figlio che sono sempre severi contro di lui e vorrebbero che l’uomo si occupasse di cose molto più importanti. Il terzo è un architetto perduto, sempre innamorato delle nobildonne e pronto a vivere con loro avventure speziate, il quarto è un rispettato chirurgo che si unisce al gruppo quando i “ragazzi” arrivano nella sua clinica dopo un terribile incidente. L’ultimo è il barista che accoglie sempre gli amici, pronto ad andare con loro per eseguire le famose “zingarate”, o viaggiare e intraprendere azioni senza pianificare e studiarle perfettamente.
L’intera banda rappresenta il desiderio di divertirsi al ritmo più sfrenato per sfuggire alla vita noiosa di ogni giorno, ma alla fine c’è sempre un conto da pagare per gli scherzi commessi.

Il Perozzi, il Mascetti, il Melandri, il Necchi, Il Sassaroli…difficile dimenticarli dopo aver visto il film ideato da Pietro Germi e realizzato, dopo la sua morte, da Monicelli. Se vi punge la nostalgia delle loro “zingarate“, delle loro burle colossali che si riallacciano a una tradizione illustre della letteratura toscana, non avete che da leggere questo libro, tratto direttamente dalla sceneggiatura di Amici miei: ecco il Mascetti, conte decaduto, con la sua “supercazzora brematurata“, il cane Birillo, la folle degenza nell’ospedale di Pescia, le finte battaglie fra bande rivali a beneficio del vecchio pensionato, e infine la confessione in articulo mortis del reprobo e blasfemo Perozzi, emulo di ser Ciappelletto, che riesce perfino a strappare l’assoluzione al prete.

Se d’un tratto si apre una vena d’amarezza, se affiora un giudizio duro e definitivo, il riso ben presto lo soffoca e lo cancella. Ai funerali del Perozzi, i suoi amici gli rendono omaggio ricominciando a ridere, più forte che mai.

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